Le cattive ragazze della letteratura che mi hanno insegnato a scrivere.

Lady Susan manipola. Madame de Merteuil calcola. Milady de Winter seduce, inganna e distrugge. Becky Sharp vuole arrivare. Scarlett O’Hara vuole sopravvivere e vincere. Catherine Earnshaw ama con una violenza che travolge tutto. Claudine, semplicemente, non ha alcuna intenzione di comportarsi bene.

Sono donne diversissime, nate in epoche e libri lontanissimi tra loro, eppure appartengono alla stessa famiglia letteraria: quella delle protagoniste che non chiedono di essere approvate.

Non tutte sono davvero cattive. Alcune lo sono eccome, altre sono soltanto egoiste, ambiziose, capricciose, sensuali, opportuniste, feroci. Ma nessuna di loro è costruita per rassicurare il lettore. Ed è proprio questo che le rende indimenticabili.

Lady Susan Vernon, nell’omonimo romanzo di Jane Austen, è una manipolatrice formidabile. Usa il fascino, l’intelligenza e le convenzioni sociali con una spregiudicatezza che, ancora oggi, sorprende. Non cerca redenzione e non sembra particolarmente interessata al giudizio altrui.

La marchesa di Merteuil, nelle Relazioni pericolose, porta questa libertà molto più lontano. È lucida, vendicativa, strategica. Ha imparato a muoversi dentro una società che concede agli uomini libertà che alle donne nega, e decide di usare quelle stesse regole contro chi le ha scritte. Non è una vittima innocente, naturalmente. È molto più interessante.

Milady de Winter è forse una delle grandi cattive della narrativa ottocentesca. Nei Tre moschettieri Dumas le concede intelligenza, freddezza, capacità di seduzione e una pericolosità che i personaggi maschili comprendono spesso troppo tardi. Milady non aspetta che qualcuno le assegni un ruolo: se lo prende.

Becky Sharp, protagonista della Fiera delle vanità, non ha nemmeno il vantaggio di nascere dalla parte giusta della società. È povera, ambiziosa, opportunista e determinata a usare tutto ciò che possiede per conquistarsi un posto nel mondo. Thackeray non la trasforma in un modello morale, e proprio per questo Becky resta molto più viva di tante eroine irreprensibili.

Catherine Earnshaw appartiene a un’altra specie ancora. Non calcola come Merteuil e non trama come Milady. È selvaggia, orgogliosa, contraddittoria. In Cime tempestose il suo amore per Heathcliff non ha nulla di rassicurante: è assoluto, egoista, distruttivo. Catherine non è “buona” e non deve esserlo. È una forza narrativa.

Scarlett O’Hara, in Via col vento, è forse una delle protagoniste più irresistibilmente sgradevoli della letteratura popolare del Novecento. Vanitosa, egoista, manipolatrice, cocciuta, spesso crudele. Eppure sopravvive. Cade, si rialza, desidera, sbaglia, ricomincia. Le si può rimproverare quasi tutto, tranne la passività.

E poi c’è Claudine. Con lei Colette porta sulla pagina una ragazza libera, insolente, curiosa, sensuale, molto poco incline all’obbedienza. Non è una cattiva nel senso tradizionale del termine, ma possiede una qualità che accomuna tutte queste donne: non ha alcuna intenzione di farsi addomesticare.

Forse è proprio questo che mi ha sempre attratta in loro.

Quando costruisco le mie protagoniste non penso mai a una genealogia precisa, e le mie eroine non sono cattive. Ma riconosco bene il debito verso queste personalità letterarie. Mi interessa la donna che sbaglia, quella che desidera troppo, quella che parla quando dovrebbe tacere, quella che non è accomodante, quella che può essere sgradevole senza per questo perdere il diritto a essere protagonista.

Per molto tempo, e in parte ancora oggi, alle donne di carta è stato chiesto più che agli uomini. Un personaggio maschile può essere arrogante, infedele, cinico, violento, egoista e restare affascinante. Una donna con gli stessi difetti viene giudicata molto più rapidamente. Deve essere spiegata, giustificata, possibilmente redenta.

Le cattive ragazze della letteratura fanno saltare questo meccanismo. Non vogliono essere esempi. Non chiedono assoluzione. E non sono lì per insegnarci come dovremmo comportarci.

Sono lì per essere personaggi.

Ed è probabilmente questo che ho attinto dalle loro personalità quando ho immaginato le mie donne: non per la loro presunta o reale cattiveria, ma per la libertà di non essere perfette.

Finora una vera cattiva ragazza non l’ho ancora creata.

Ma vorrei.

Chissà.

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